Seleziona una pagina

Negli ultimi anni della Seconda guerra mondiale, in particolare a partire dal 1941-1942, i nazisti intensificano lo sfruttamento di tutti prigionieri che hanno a disposizione, compresi i deportati dei Konzentrationslager

Con l’ingresso tra i belligeranti di Unione sovietica e Stati uniti appare subito evidente che il Reich nazionalsocialista non ha la possibilità di chiudere rapidamente il conflitto. Parallelamente per la Germania diventa fondamentale aumentare la propria capacità produttiva, soprattutto nell’industria bellica. 

A questo scopo una parte degli ebrei catturati dai nazisti, dopo aver scampato la prima selezione che li avrebbe condannati allo sterminio, sono selezionati per essere inseriti nel sistema di sfruttamento del lavoro schiavile e deportati in uno dei tanti KZ presenti nel Reich e nei territori occupati. La scelta avviene in pochi secondi. All’arrivo nel campo e con un semplice sguardo le guardie SS valutano le condizioni fisiche dei prigionieri: chi è ritenuto sufficientemente robusto per il lavoro viene separato da coloro che sono considerati inabili e sono destinati a una morte immediata. La maggioranza degli ebrei sono uccisi al loro arrivo nei campi di sterminio, soprattutto donne, anziani e bambini. 

Gli Arbeitsjuden (ebrei da lavoro) svolgono ogni tipo di attività nei lager e la loro sorte è accomunata ai deportati di tutte le altre categorie, costretti a lottare per sopravvivere all’annientamento attraverso il lavoro che caratterizza i KZ a partire dal 1942: il lavoro in quelle condizioni non era affatto garanzia di sopravvivenza. Nei Konzentrationslager muoiono circa 150.000 ebrei.