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Con l’autunno, la pace portò un seguito di avvenimenti nuovi. 

I primi a tornare furono gli ebrei. Dei 1056 passeggeri del convoglio Roma Auschwitz, partito dalla Stazione Tiburtina, i sopravvissuti erano 15: tutta gente dell’infima classe povera, come la quasi totalità dei deportati di Roma. Uno di loro, all’arrivo, fu ricoverato all’Ospedale di Santo Spirito, dove lavorava da inserviente Tommaso Marrocco, il quale ne portò la prima notizia a casa. L’uomo, di mestiere merciaio ambulante, giovanotto sotto i trent’anni, attualmente pesava quanto un bambino. Aveva un numero marcato sulla carne, e il suo corpo, già un tempo normale e robusto e adesso d’aspetto decrepito, era coperto di profonde cicatrici. Era febbricitante, non faceva che delirare ogni notte, e vomitava della roba nerastra, sebbene fosse incapace di trangugiare qualsiasi cibo. All’arrivo in Italia, i quindici, fra i quali una sola donna, erano stati ricevuti da un comitato di assistenza, il quale li aveva riforniti ciascuno di un biglietto ferroviario di seconda classe, di una saponetta e (gli uomini) di un pacchetto di lame da barba. Il più vecchio di loro (di 46 anni), appena arrivato nella sua casa vuota, ci s’era rinchiuso, e là stava ancora buttato a piangere, da diversi giorni. Quando capitava di veder passare qualcuno di questi reduci, era facile che i presenti lo riconoscessero a prima vista, indicandoselo l’un l’altro: «è un giudio». Per il loro peso irrisorio e il loro strano aspetto, la gente li riguardava come fossero scherzi di natura. Anche quelli di statura alta, sembravano piccoli, e camminavano piegati, con un passo lungo e meccanico, come fantocci.

Al posto delle guance, tenevano due buchi, molti di loro non avevano quasi più denti e, sulle teste rase, da poco aveva preso a ricrescergli una peluria piumosa, simile a quella delle creature. Gli orecchi sporgevano dalle loro teste macilente, e nei loro occhi infossati, neri o marrone, non parevano rispecchiarsi le immagini presenti d’intorno, ma una qualche ridda di figure allucinatorie, come una lanterna magica di forme assurde girante in perpetuo. È curioso come certi occhi serbino visibilmente l’ombra di chi sa quali immagini, già impresse, chi sa quando e dove, nella rètina, a modo di una scrittura incancellabile che gli altri non sanno leggere – e spesso non vogliono. Quest’ultimo era il caso per i giudii. Presto essi impararono che nessuno voleva ascoltare i loro racconti: c’era chi se ne distraeva fin dal principio, e chi li interrompeva prontamente con un pretesto, o chi addirittura li scansava ridacchiando, quasi a dirgli: «Fratello, ti compatisco, ma in questo momento ho altro da fare». Difatti i racconti dei giudii non somigliavano a quelli dei capitani di nave, o di Ulisse l’eroe di ritorno alla sua reggia. Erano figure spettrali come i numeri negativi, al di sotto di ogni veduta naturale, e impossibili perfino alla comune simpatia. La gente voleva rimuoverli dalle proprie giornate come dalle famiglie normali si rimuove la presenza dei pazzi, o dei morti. E così, assieme alle figure illeggibili brulicanti nelle loro orbite nere, molte voci accompagnavano le solitarie passeggiatine dei giudii, riecheggiando enormi dentro i loro cervelli in una fuga a spirale, al di sotto della soglia comune dell’udibile.

Elsa Morante, La Storia, Torino 1974, pp. 376 – 377