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La resistenza nei lager ha forme e dimensioni estremamente eterogenee, che spaziano dalla reazione isolata e istintiva di un singolo prigioniero di fronte a un sopruso, fino a vere e proprie azioni armate contro le guardie dei lager, accuratamente pianificate da piccole organizzazioni clandestine, nate segretamente dentro al filo spinato e spesso guidate da deportati politici. 

I comitati clandestini di resistenza, in larga parte sconosciuti alla massa dei prigionieri, hanno naturalmente maggiori possibilità di azione e di successo, riuscendo a volte nell’intento di coordinare operazioni di ampio respiro nonostante la dura repressione e il ferreo controllo di SS e Kapò. I loro affiliati dirigono varie strategie di opposizione, ad esempio azioni di sabotaggio, assistenza ai prigionieri in difficoltà e salvaguardia della loro dignità umana, difesa contro i soprusi, sostegno morale e religioso, raccolta e diffusione di notizie, risposta fisica alle violenze, pianificazione di evasioni e insurrezioni.

I sabotaggi sono compiuti dai deportati nella consapevolezza che la produzione, e in particolare quella di materiale bellico, rappresenta un sostegno alla guerra nazista. Pertanto al fianco delle azioni pianificate da gruppi organizzati, in moltissimi casi sono opera di singoli individui che decidono autonomamente di compiere un gesto di dissenso. 

L’opposizione al processo di spersonalizzazione si concretizza invece in tanti momenti differenti, consolando gli ammalati, procurando cibo e vestiti ai più deboli, diffondendo notizie sull’andamento della guerra e incitando a tener duro nella speranza di una prossima liberazione. 

La pianificazione delle fughe viene pensata con il molteplice scopo di assecondare il desiderio di libertà delle vittime, garantire la salvezza a chi riuscirà a scappare e di far sapere all’esterno cosa accade nei lager. 

E infine la resistenza armata. Le ribellioni nei KZ sono quasi sempre stroncate con l’uccisione di tutti i partecipanti e nella maggior parte dei casi hanno come protagonisti i prigionieri sovietici, che al ritorno in patria sono arrestati, deportati o fucilati. Per questi motivi non è facile tracciarne un percorso dettagliato. Sono comunque note alcune sommosse, tra le quali quelle avvenute nei campi di sterminio di Auschwitz, Sobibor e Treblinka, compiute da deportati che hanno capito di essere destinati alle camere a gas. Oppure quelle nei KZ di Muelsen (sottocampo di Flossenbürg) e Mauthausen. A Buchenwald i deportati del comitato clandestino di resistenza riuscirono ad organizzare un’insurrezione a poche ore dall’arrivo degli americani, che al loro ingresso nel campo lo trovarono in mano ai deportati.