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Nei giorni immediatamente successivi all’8 settembre 1943 circa un milione di soldati italiani cade in mano nemica. Riescono a salvarsi coloro che si dichiarano disposti a combattere al fianco dei nazisti, i soldati che si trovavano nel sud Italia passato sotto il controllo angloamericano e chi ha la possibilità di allontanarsi dalle caserme prima dell’arrivo del nemico, grazie ai consigli di alcuni ufficiali lungimiranti o per fortunate intuizioni personali. I fuggitivi trovano spesso una sponda vitale nella popolazione civile, che offre rifugio, abiti e cibo. Molti sbandati vanno a dare sostanza alla guerra partigiana che scopre in quei giorni un primo slancio. Nella confusione generale, infine, soprattutto sul fronte balcanico e nelle isole si registrano alcune isolate reazioni armate, rapidamente represse con violenza come accadde ad esempio a Cefalonia.

I soldati italiani messi in stato di fermo sono rapidamente inviati in centri di raccolta allestiti sul territorio per organizzarne l’invio nel nord e nell’est Europa. Trecentomila prigionieri restano in questi campi di transito (Durchgangslager) solo poche ore: circa centomila si accordano per rientrare nelle file nazifasciste, gli altri fuggono subito dopo la cattura o nei giorni successivi, sfruttando la scarsa sorveglianza degli ex alleati che non hanno forze sufficienti a mantenere uno stretto controllo su un numero così ampio di detenuti. Tra seicento e seicentocinquantamila sono trasferiti con viaggi interminabili in campi per prigionieri di guerra gestiti dalla Wehrmacht, distribuiti in 19 distretti militari (Wehrkries) che coprono il territorio controllato dal Reich nazionalsocialista, suddivisi tra lager per ufficiali (Offizierslager, Offlag) e per la truppa (Stammlager, Stalag): si tratta del più consistente gruppo di italiani trattenuti con la forza in Germania durante la guerra. Oltre quarantamila muoiono prima di poter riabbracciare le proprie famiglie per le dure condizioni di prigionia a cui sono sottoposti.