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Con lo scoppio della Seconda guerra mondiale inizia una fase nuova nella gestione dei Konzentrationslager. A partire dal 1939 i tedeschi conquistano rapidamente gran parte dell’Europa e costruiscono campi di concentramento anche al di fuori della Germania, iniziando a deportare donne e uomini dai paesi che riescono a sottomettere. L’internazionalizzazione del sistema concentrazionario comporta un peggioramento delle condizioni di vita dei deportati, l’intensificazione del loro sfruttamento come manodopera schiavile e la nascita di un nuovo linguaggio, spesso definito Lagersprache (lingua dei lager), che nei campi nazisti si aggiunge al tedesco.

La lingua tedesca viene utilizzata nei KZ per trasmettere ordini e comandi oppure per indicare luoghi e gerarchie, ma anche per specificare azioni di repressione e sterminio, in molto casi identificate attraverso parole che hanno lo scopo di nasconderne la brutalità. Ad esempio il trasferimento in un Erholungsheim (casa di cura) significa in realtà l’invio di un deportato considerato non più abile al lavoro in un “Centro di eutanasia”, dove viene ucciso poco dopo il suo arrivo.

Accanto alla lingua dei padroni c’è poi il nuovo linguaggio nato all’interno dei lager, scaturito dall’unione delle lingue dei deportati, tra cui tedesco, russo, polacco, francese, spagnolo, italiano. Le parole delle vittime si sommano e creano un nuovo modo di parlare, necessario per descrivere la realtà dei deportati, così diversa da quella conosciuta fino ad allora, utilizzato per comunicare, per evitare pericoli, per resistere. È un gergo complicato per molti deportati che fino a quel momento hanno parlato solo in dialetto, ma deve essere imparato velocemente, chi non riesce ad adattarsi ha minori possibilità di sopravvivere.

Dopo la fine del conflitto mondiale l’aspetto linguistico nei lager è diventato oggetto di studio.