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I militari italiani catturati dalle truppe naziste sono inizialmente considerati prigionieri di guerra a tutti gli effetti, ma il 20 settembre 1943 Hitler impone che siano classificati Italienische Militärinternierte (Internati militari italiani, Imi). Sul piano giuridico la categoria di internato militare identifica i soldati catturati durane la guerra in un paese neutrale e non è applicabile ai prigionieri italiani, ma viene comunque adottata dai nazisti in seguito a considerazioni pratiche e politiche, legate all’occupazione della penisola e alla nascita di un nuovo stato fascista nel nord Italia. Inoltre, il cambiamento di status è ispirato dalla volontà di punire il tradimento dell’8 settembre, eludere i controlli della Croce rossa internazionale, aggirare la Convenzione di Ginevra. Si rivela decisiva la necessità di utilizzare i prigionieri nell’apparato produttivo tedesco, per far fronte all’endemico fabbisogno di manodopera esploso in Germania fin dall’inizio delle ostilità. 

Per agevolarne il controllo e lo sfruttamento gli internati sono immatricolati con estrema cura. Ogni prigioniero è fotografato e poi identificato registrando dati anagrafici, impronte digitali, professione, residenza, lingue parlate, malattie ed eventuali vaccinazioni, luogo di cattura, grado militare e reggimento di provenienza. Successivamente viene consegnata a tutti una piastrina dove è indicato il numero identificativo e la sigla dello Stalag di arrivo.

I soldati italiani diventano vittime dell’ideologia razzista e xenofoba propria dei totalitarismi del novecento che in parte nei mesi precedenti hanno contribuito a diffondere. Considerati appartenenti a una razza inferiore e inaffidabile, sono relegati ai gradini più bassi della gerarchia sociale teorizzata dal nazismo, appena al sopra di ebrei e sovietici. 

Le condizioni di internamento sono molto eterogenee, influenzate principalmente dal grado militare, campo di detenzione e dal personale che lo controlla. In generale, comunque, la situazione per gli Imi si rivela fin dall’arrivo nei lager estremamente dura. Sono alloggiati in baracche sovraffollate, sporche e fredde, nelle quali ricevono razioni di cibo inadeguate in termini di quantità e qualità. L’alimentazione varia molto a seconda della zona di prigionia, ma non è mai abbondante. Nei campi l’igiene è scarsa, rare le occasioni di lavarsi o fare una doccia. Gli abiti sono inadeguati al clima: per mesi i militari italiani devono vestirsi con le divise estive in possesso al momento della cattura.