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L’organizzazione della vita, dello sfruttamento e della morte dei deportati nei KZ è controllata dalle SS con estrema cura e rispetta una rigida scala gerarchia, che collega i vertici dello Stato con i comandanti dei lager e i loro sottoposti. Attorno alla struttura centrale, gestita direttamente dai padroni nazisti, si articola una complessa rete di supporto formata dai cosiddetti Funktionshäftlinge (pionieri funzionari): deportati “privilegiati” (Prominenten) necessari al funzionamento dei lager. 

In questa composita galassia si trovano addetti all’amministrazione e alle cucine, scrivani e medici, ma soprattutto i Kapò, ovvero prigionieri che curano il mantenimento dell’ordine, sorvegliano i deportati nel lager, nelle baracche o nelle squadre di lavoro. I Kapò devono sottostare ai comandi delle SS, ma hanno un potere incondizionato sugli altri prigionieri. Sono loro, ancora più delle SS, che spesso usano violenza fisica sugli altri detenuti, picchiandoli anche fino alla morte. 

Le funzioni dei Kapò e degli altri Prominenten nei lager sono molteplici. Sul piano pratico garantiscono un rigido controllo sui singoli deportarti e la possibilità di gestire migliaia di prigionieri con un numero relativamente ridotto di SS. Allo stesso tempo, sul piano psicologico rafforzano il processo di spersonalizzazione delle vittime, costrette a temere non solo le guardie del campo, ma perfino alcuni dei compagni di prigionia, scelti arbitrariamente come superiori agli altri. 

I Kapò in particolare sono utilizzati anche come una sorta di cuscinetto tra le SS e la massa dei deportati: limitando al minimo i rapporti diretti tra militi nazisti e prigionieri, si riduce la possibilità che nascano legami di empatia tra vittime e carnefici, favorendo così un maggior distacco psicologico per le guardie dei lager, in modo che possano fare ricorso alla violenza senza scrupoli o ripensamenti.