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L’occupazione tedesca in Italia porta con sé violenza e sofferenze per milioni di italiani. Dopo l’8 settembre 1943 nazisti e fascisti si rendono responsabili di quasi 6.000 stragi ed eccidi, provocando la morte di oltre 24.000 persone, partigiani e civili (vedi: http://www.straginazifasciste.it/)

Un uso così esteso e indiscriminato della violenza è il prodotto di una lunga serie di concause. Innanzitutto si deve tenere presente che un elevato numero di vittime civili rientra nella logica delle guerre contemporanee, nelle quali il concetto di linea del fronte perde significato, finendo per coincidere con l’intero territorio della nazione in guerra. In questo contesto i civili sono identificati tutti come potenzialmente pericolosi e per questo equiparati ai soltati dell’esercito nemico. 

Altrettanto influenti risultano le tattiche di guerra, con i bombardamenti a tappeto sulle città utilizzati da tutte le forze in campo, e il particolare evolversi dello scontro nella penisola. L’inferiorità numerica dell’esercito nazista, a cui si aggiunge l’incapacità della rinata milizia fascista di sconfiggere da sola il movimento partigiano, porta il comando germanico ad affrontare il problema della sicurezza delle proprie retrovie in modo estremamente violento. 

Le stragi nazifasciste sono la messa in pratica di un piano preordinato, che mira ad applicare anche in Italia i metodi d’occupazione teorizzati dalle direttive di combattimento per la lotta alle bande nell’est europeo. La cosiddetta “clausola dell’impunità”, garantita dal Feldmaresciallo Kesselring a tutti i comandanti che nelle rappresaglie vengono meno alla presunta “tolleranza” propria dell’esercito tedesco, autorizza i militari tedeschi ad usare ogni mezzo per stroncare la resistenza partigiana.

Solo una parte delle carneficine, infatti, si configura in azioni reattive contro gli attacchi partigiani, mentre in molti casi non ci sono evidenti collegamenti di tempo e di luogo fra azioni resistenziali e reazioni naziste o fasciste. Le ritorsioni contro i civili vengono utilizzate spesso come intervento preventivo ed intimidatorio per scalfire l’appoggio garantito dalle popolazioni al movimento resistenziale. 

Sulle scelte italo-tedesche incidono molti altri fattori: il logoramento dovuto alla lunga durata del conflitto influisce sulla percezione dei militari del rapporto tra vita e morte, rendendo l’omicidio un atto abitudinario. La guerra totale ignora la tradizionale distinzione tra uccisioni legittime in combattimento e illegittime, senza giustificazione, portando all’annullamento dell’individuo e togliendo valore alle vite delle vittime. Per questo che anche uomini comuni e non solo reparti speciali e professionisti della guerra vengono coinvolti in  forme di violenza estesa e spietata. 

Inoltre, con il passare dei mesi fra le truppe tedesche incapaci di resistere all’avanzata alleata si fanno sempre più spazio la frustrazione per l’imminente sconfitta ed il rancore per il “tradimento” degli italiani, che hanno abbandonato il conflitto non appena lo scenario è volto al peggio. Questi sentimenti favoriscono un odio indistinto verso un nemico senza volto e senza legge da combattere in un contesto percepito come estraneo e ostile. Si fa così largo l’abitudine a considerare i civili dei nemici, eventualmente da annientare senza alcuna considerazione per la loro condizione di persone inermi: assimilandoli ai “banditi” i tedeschi trovano la legittimazione dei loro interventi terroristici.