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Nell’Europa degli ani Venti e Trenta le democrazie sono una realtà assolutamente minoritaria. Le accese rivalità nazionaliste, i timori per la diffusione del modello rivoluzionario sovietico e le perduranti crisi economiche e sociali concorrono a favorire svolte autoritarie o all’instaurazione di vere e proprie dittature in particolare fra i paesi mediterranei e nell’area orientale del continente dove gli Stati, costituiti a seguito del primo conflitto mondiale, appaiono estremamente fragili, minati al proprio interno da tensioni sociali, politiche, etniche. Fin dal 1920 l’Ungheria è sottoposta al regime autoritario del maresciallo Horty. Nel 1923 in Spagna si impone la dittatura di Miguel Primo de Rivera che mantiene il potere fino al 1930. Proprio l’esempio spagnolo, insieme al modello del fascismo italiano, ispira il colpo di stato del generale Carmona in Portogallo nel 1926, cui segue due anni dopo l’ascesa al potere di Antonio de Oliveira Salazar che instaura il proprio regime. Sempre nel ’26 la marcia su Varsavia del maresciallo Pilsudski segna la svolta in senso autoritario di quello stato. Nel 1934 in Austria il cancelliere Dollfuss impone una Costituzione che sopprime il pluralismo sociale e politico, dopo che l’anno precedente aveva chiuso “sine die” il Parlamento mentre venivano aperti campi di concentramento per gli avversari politici. Nello stesso anno in Bulgaria si afferma la dittatura militare di re Boris.

Accanto a questi processi si diffonde la presenza di movimenti filofascisti in tutti i paesi, anche in quelli di più salda tenuta democratica, come Belgio, Francia e Gran Bretagna. Spesso privi di rilevante forza elettorale, se non in momenti significativi, tali movimenti per lo più non raggiungono il potere, ma rappresentano un significativo elemento di instabilità. Sono portatori di pratiche violente, se non terroristiche, alimentano tendenze razziste e antisemite e rappresentano una minaccia per le Istituzioni. Spesso si assiste ad uno scontro fra forze conservatrici e filofasciste come il Partito della volontà nazionale in Ungheria , quello della “Guardia di ferro” in Romania, il movimento degli ustascia croati nella Regno degli sloveni, croati e serbi, la “Falange” in Spagna.

Tutte queste realtà, fra anni Venti e inizio degli anni Trenta, guardano a Mussolini, e al fascismo come un modello. Ne ricalcano non solo il culto della personalità del leader, in molti casi, o tratti più esteriori e coreografici: dalle divise agli stili delle parate, ma aspetti essenziali: dalla costituzione di una milizia di partito alla struttura corporativa dello Stato in un teorizzato superamento del conflitto di classe che si risolve semplicemente nella subordinazione della società allo Stato e agli interessi dei ceti dominanti, dal bellicismo al nazionalismo. Proprio questi aspetti hanno portato la storiografia ad interrogarsi sull’estensione dello stesso concetto di fascismo. Lo storico Enzo Collotti, pur evidenziando la specificità di ogni soggetto e contesto nazionale e sottolineando la differenza fra governi autoritari e movimenti filofascisti, ha individuato un minimo comun denominatore proprio nella condivisione di una medesima concezione del potere, della società, del genere, della razza.