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Già sperimentato dal governo spagnolo nel corso della guerra di Cuba negli anni ’90 dell’800 e dagli inglesi nella guerra dei Boeri (Sudafrica 1900-02), con la prima guerra mondiale (1914-’18) l’internamento di civili all’interno di campi, accanto a quello dei militari fatti prigionieri, diviene una pratica diffusa da parte di tutti i paesi in guerra, anche nelle realtà coloniali. Vi sono destinati i residenti dei vari territori aventi la cittadinanza di Stati divenuti nemici con lo scoppio del conflitto, quindi gli abitanti di regioni occupate. Ma sono usati anche per rinchiudervi categorie di persone viste con sospetto come donne di “dubbia moralità” e “vagabondi” o, in generale, persone ritenute ambigue e potenzialmente “pericolose” specie nelle zone del fronte, come ad esempio in Russia i sudditi di origine tedesca e gli ebrei. Privi di alcuna tutela internazionale, i civili sono sottoposti a trattamenti diversi: dalla perdita della libertà a condizioni di vita sempre più gravose, sia per le condizioni degli alloggi che delle razioni del cibo, al lavoro coatto in contesti difficili e con orari sempre più prolungati, al divenire oggetto di violenze. Forte l’impegno della Santa Sede e della Croce rossa internazionale per cercare di ridurne le sofferenze. L’attenzione è rivolta soprattutto a vantaggio di categorie considerate più fragili ed “innocenti”: donne, minori di 17 anni, uomini con più di 55 anni, sacerdoti e personale sanitario, ma con scarsi risultati. Le stime delle persone arrestate e condotte nei campi sono significative: circa 32.000 in Gran Bretagna, 60.000 in Francia, 600.000 in Russia. Pur vittime del conflitto, nel dopoguerra furono dimenticati, coperti dalle celebrazioni dei caduti militari, assunti a simbolo dell’imponente sacrificio sostenuto dalle nazioni in armi.