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Il Kommissarbefehl (Ordine contro i commissari politici) viene emanato il 6 giugno 1941. Mancano poche settimane all’invasione nazista dell’Unione sovietica e lo Stato maggiore dell’esercito tedesco (OKW, Oberkommando der Wehrmacht) indica ai propri soldati come comportarsi dopo aver catturato i commissari politici dell’armata rossa: una volta individuati devono essere immediatamente giustiziati.

Il nome ufficiale del documento è Richtlinien für die Behandlung politischer Kommissare (Linee guida per il trattamento dei commissari politici) e sottolinea la necessità di “non fare assegnamento che il nemico si comporti secondo principi d’umanità o conformi al diritto internazionale”. La disumanizzazione dei soldati sovietici, ritenuti subumani e selvaggi, è il presupposto per la loro eliminazione, che in larga parte avviene nei Konzentrationslager. Il Kommissarbefehl provoca centinaia di migliaia di morti.

Secondo lo stesso principio, i prigionieri sovietici che non sono identificati come commissari politici occupano i gradini più bassi della gerarchia razzista dei KZ, dopo di loro soltanto gli ebrei, e per questo sono spesso costretti a condizioni di vita peggiori degli altri deportati. Sono oltre due milioni i prigionieri sovietici che muoiono nei campi di concentramento nazisti.Nel Processo di Norimberga il Kommissarbefehl è una delle prove principali a carico degli imputati accusati di Crimini di guerra. Gli stessi vertici dell’esercito tedesco sono consapevoli della sua illegittimità, redigono solo poche copie scritte del decreto, quasi tutte rapidamente distrutte, e le condividono solo tra i comandanti più anziani, i quali devono poi informarne verbalmente i loro subordinati.