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La prigionia degli Imi è diversa da quella di tutti gli altri prigionieri di guerra catturati dai nazisti, perché di fatto è parzialmente frutto di una scelta. In più occasioni  i nazisti con la complicità delle autorità fasciste offrono agli internati la possibilità di tornare liberi entrando a far parte delle Ss o del nuovo esercito di Salò. La proposta è certamente allettante e mette i detenuti in difficoltà. Le informazioni a disposizione per compiere una scelta ponderata sono poche e le sofferenze patite fanno vacillare la volontà di molti, soprattutto tra i più giovani che non sono supportati da una salda coscienza politica. 

Centomila militari italiani accettano di collaborare con le truppe nazifasciste subito dopo la cattura, altrettanti nel corso della prigionia. In percentuale la proposta trova maggiori risposte tra gli ufficiali, molte meno tra i soldati di truppa. La grande maggioranza dei militari italiani sceglie tuttavia di dire no: restano prigionieri tra seicento e seicentocinquantamila uomini.

Tanti decidono con consapevolezza, ma le motivazioni della rinuncia non sono unanimi e non tutte trovano fondamento in un convinto antifascismo. Accanto alle scelte politicamente consapevoli di coloro che hanno chiaro cosa sia il fascismo, ci sono quelle influenzate da tante altre motivazioni legate alla storia personale di ciascuno, tra cui la fedeltà al giuramento prestato al re, la paura di essere inviati a combattere sul duro fronte orientale, i consigli dei compagni politicamente più attenti.