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La violenza  dei campi di concentramento è una parte integrante della vita non vita dei deportati. 

È il frutto di un sistema creato per annientare fisicamente e psicologicamente i prigionieri, per trasformare donne e uomini in automi che eseguono senza discussioni gli ordini ricevuti. I deportati sono inseriti in un meccanismo perverso che in un breve arco di tempo li porta ad assuefarsi a continue umiliazioni e privazioni:  togliendo brutalmente dignità e rispetto alle vittime, si costringono a diventare oggetti senza personalità, una massa indistinta di semplici ingranaggi interscambiabili.

L’annientamento inizia fin dall’arrivo nei lager. Dopo aver affrontato interminabili viaggi verso l’ignoto, una volta oltrepassati i cancelli d’ingresso, i deportati vengono spogliati di tutti i loro averi, rasati e disinfestati; successivamente ricevono la divisa a strisce che li accompagna durante tutto l’arco della prigionia. Sono poi elencati nel registro degli arrivi del campo e identificati con un numero di matricola. Da quel momento non hanno più un nome e un cognome. Nel campo sono considerati oggetti e come tali devono pensarsi. 

Nei Konzentrationslager i nazisti realizzano paradossalmente il loro progetto di società ideale, nella quale un ristretto gruppo di uomini ha diritto di vita e di morte sugli altri, considerati esseri inferiori, sottomessi e costretti a obbedire.