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La violenza, teorizzata e praticata, è una caratteristica sostanziale del fascismo. Il rapporto con le armi e pratiche brutali e aggressive ai danni degli avversari, identificati come nemici, non esprime solo un legame (pratico ed ideale) con l’esperienza della guerra, un recupero del cameratismo delle trincee ed un’esaltazione della virilità maschile, ma segna il modo di fare politica e l’organizzazione del movimento dei fasci fondato nel 1919 da Benito Mussolini. Per questo lo squadrismo è essenza del fascismo. Le squadre sono elemento identitario e strumento d’azione per la conquista del potere nel territorio, talvolta ricalcando vere e proprie strategie militari (come nel caso delle spedizioni punitive da un Comune all’altro ai danni di singoli esponenti antifascisti o di sedi di partiti, sindacati, case del popolo, fino agli stessi palazzi municipali). Vi aderiscono ex militari, specie ufficiali, studenti cresciuti nel mito della “grande guerra”, rappresentanti dei ceti medi, ma anche esponenti dei gruppi di potere locale, specialmente dopo la conquista del governo di molti comuni da parte dei socialisti e dei popolari in occasione delle elezioni amministrative dell’autunno del 1920. Sfruttano il senso di spaesamento, diffuso soprattutto fra ex ufficiali e combattenti dopo il conflitto mondiale, e il terrore diffuso della “rivoluzione”, diffuso alimentato dalle agitazioni sociali del primo dopoguerra e dalle retoriche (ma non dalle azioni) del socialismo massimalista. Tuttavia le adesioni non sono dovute solo a motivi politici e ideali o alla difesa di interessi di ceto e di classe. Per molti lo squadrismo è l’occasione di un riscatto personale, della riconquista di una dignità perduta o mai avuta, rispetto a situazioni personali o familiari considerate ai margini della società, escluse dalle sfere del potere della vecchia Italia liberale, come svelano, ad esempio alcuni profili di squadristi fiorentini come Arrigo Dùmini, figlio di immigrati negli USA, Umberto Banchelli, figlio di ragazza madre, Dimo Perrone Compagni erede di una presunta nobiltà decaduta costretto a  una vita misera. E ciò aiuta a comprendere la radicalità e l’intransigenza di una militanza che è senso di appartenenza ad un’identità collettiva, ma anche un’occasione straordinaria per cambiare concretamente le sorti della propria esistenza.